Noi bloggers laziali... spavaldi di essere! credevamo di essere pochi ma via via ci siamo incontrati... Divisi da chilometri, diversi per pensieri, idee, esperienze, con in comune però 2 cose: essere bloggers ma soprattutto essere laziali!

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giovedì, 15 novembre 2007

Riflessioni e domande sull'omicidio di Gabriele Sandri
Il mio primo pensiero va alla famiglia di Gabriele. Non li conosco, non li ho mai incontrati, ma –se mai capiterà che qualcuno di loro legga, o venga a conoscenza di queste righe- vorrei che sapessero che anche io, come tutte le persone sane di mente che sono rimaste in questo disgraziato Paese, sono loro vicino in questo triste momento di dolore. Nulla, al mondo, è più sconvolgente di una madre che vede seppellire il proprio figlio; tanto più se questo accade non per una fatale e magari inevitabile causa naturale, ma per la sciagurata azione violenta di un altro uomo. E proprio da questa triste consapevolezza vorrei partire per cominciare una riflessione un po’ più ampia.
 
Cominciamo dicendo che il fatto che a morire sia stato un “tifoso che seguiva la squadra” è stato, per ciò che a oggi si sa di come si sono svolte le cose, del tutto casuale: a morire avrebbe potuto essere un rappresentante di commercio, un'impiegata in gita domenicale, Marchionne che provava la Ferrari appena riparata. E però questa casualità ha generato una serie di reazioni inconsulte che hanno riportato la morte di Gabriele Sandri nel mondo che –indirettamente- l’aveva generata, e cioè quello del tifo “ultrà”.
 
A un primo sguardo, le responsabilità dell’accaduto vanno ascritte al comportamento inspiegabile e inescusabile di un soggetto che ha usato in modo scriteriato l’arma di cui era dotato; e questa, in effetti, è la causa ultima e diretta. Ma viene immediatamente da chiedersi se quel soggetto sia stato colto da una altrettanto inspiegabile crisi di panico o di chissà cosa, o se –semplicemente- fosse inadeguato a svolgere il compito che gli era stato affidato. Inadeguatezza che potrebbe dipendere sia dal carattere del soggetto stesso (è un “rambo” che ritiene che con la pistola si possa risolvere ogni situazione? E’, invece, al contrario, una persona impressionabile che può perdere il controllo dei propri nervi?) sia da cause che riguardano i suoi mandanti (se, semplicemente, fosse non adeguatamente addestrato alla gestione della situazione che si è trovato ad affrontare? E se è un violento, o se è fragile, nessuno se ne è mai accorto, prima? Nessuno vigila sulla “tenuta” psicologica dei tutori dell’ordine? Chi lo ha messo lì, e perché?).
Che queste domande non siano del tutto prive di significato lo dimostra la “strana” modalità con la quale i fatti sono stati comunicati dalle strutture della P.S. al ministero e all’opinione pubblica: per quanto certe difficoltà, nell’immediato, siano comprensibili, resta il residuo sospetto di una certa reticenza volta a “chetare, sopire…”, fino a dove possibile, il clamore che la vicenda era inevitabilmente destinata a suscitare. Certo, sono ravvisabili delle "difficoltà oggettive", delle giustificate cautele per la gestione dell’ordine pubblico; e tuttavia resta il dubbio che, sia pure solo per un paio d’ore, un non meglio identificato “qualcuno” abbia tentato di alterare e confondere il quadro degli avvenimenti, per rendere meno pesante la posizione dell’agente che ha sparato e della forza pubblica in generale.
Precisato che sulle forze dell’ordine ricade comunque, in ogni modo la principale responsabilità diretta della assurda morte di Gabriele Sandri, mi sembra sia il caso di riflettere non solo sul singolo episodio, ma anche sul “quadro generale” che a quell’episodio ha condotto; e cioè, alla triste realtà che la domenica pomeriggio alcuni “spazi” delle nostre città e delle nostre strade devono essere presidiati neanche fossimo a Gaza o a Baghdad; che piazzole autostradali e raccordi, treni, bus, e a volte interi quartieri cittadini sono zone “a rischio”, dalle quali un comune cittadino interessato al mantenimento della propria incolumità fisica fa bene a tenersi lontano.
In tale stato di cose, le forze dell’ordine sono costrette a ricorre a ogni risorsa, per sorvegliare ogni spazio potenzialmente pericoloso e fronteggiare le eventuali emergenze; ma questa non è certo colpa loro, visto che esistono branchi di violenti organizzati, che coscientemente e deliberatamente cercano lo scontro fisico e i disordini di piazza. Ma la domanda è: ci vuole davvero così tanto, a identificare e punire questi elementi? Chi li copre, chi li fomenta, chi li usa? Ci sono forse (come, almeno nel caso degli incidenti serali di Roma, sembra possibile) moventi e organizzazioni che col calcio nulla hanno a che vedere? Perché, se è così, non bisogna fermare il campionato: bisogna fermare l’Italia, o quanto meno mettere in condizioni di non nuocere quella parte di italiani che vuole prevaricare un popolo intero.
Si è detto che la morte di Gabriele Sandri non c’entra niente con il calcio; ed è almeno in parte vero; ma allora perché dal mondo della “tifoseria organizzata” è partita subito, unanime, una reazione assurda e incivile? Sandri era un tifoso, non un “ultrà”; un ragazzo con la passione per il calcio, non un facinoroso che armato di coltello andava in giro a cercare “nemici” da sconfiggere.
La risposta più probabile mi sembra possa essere distinta in due parti:
1)      esistono meccanismi di “appartenenza” che, più che una squadra o un club, riguardano un humus anarchico, “anti-sociale”; per quanto Gabriele Sandri ne fosse al di fuori, la sua identificazione come “tifoso” (e sarebbe il caso anche di riflettere quanta responsabilità hanno avuto i media, nel diffondere la notizia con un certo taglio ben definito e, in fondo, immotivato…) e la sua notorietà li ha immediatamente fatti scattare, compattando il “gruppo” di coloro che nel tifo violento manifestano la loro propensione “rivoluzionaria” ed eversiva; parola, quest’ultima, da intendersi non nel senso classico di “rivolta politica”, ma come “rifiuto delle forme organizzate della convivenza civile”, generato però da cause del tutto personalistiche, che magari trovano alimento in certe correnti ideologiche o politiche ma che sono generate fondamentalmente da disagio sociale individuale, che riconosce altri disagiati come “simili”, e vede al contrario le ordinarie forme di svolgimento della vita sociale come un nemico da combattere per salvarsi.
2)      Esistono però dei “mandanti”, degli “elementi pensanti” che sanno come alimentare e sfruttare questa propensione alla violenza, incanalandola e dirigendola secondo proprie finalità; e non sto parlando dei capi ultrà (che, se mai, sono un tramite), ma di personaggi di genere più vario: elementi interni alle società di calcio, elementi esterni legati a interessi economici e commerciali, non escluso persino qualche attivista politico di rango più o meno elevato.
Ed è secondo me da ricercarsi in questa doppia risposta la motivazione della differenza che ben si poteva vedere, domenica sera, tra la reazione “spontanea” degli ultrà di curva (svoltasi secondo forme ormai consuete, in ambito ristretto allo stadio di calcio, con finalità limitate a un obiettivo immediato e circoscritto) e le scene di vera e propria guerriglia urbana cui si è assistito a Roma, con gruppi dall’organizzazione para-militare che davano l’assalto alle caserme di Polizia e Carabinieri, giungendo addirittura a “sfidare” il “mitico” Reparto Celere.
Posso dirla, fuori dai denti? E’ vero, come dice il ministro Amato, che la (non) reazione delle forze dell’ordine è stata encomiabile; e che, se davvero –come ipotizzavo prima- certi movimenti sono eterodiretti, si è fatto bene a evitare lo scontro di piazza. Ma nulla può vietarmi di pensare che se, invece, le forze di polizia avessero agito in modo più diretto e violento, oggi forse –almeno qui a Roma- il fenomeno “ultrà violenti” sarebbe in buona parte risolto; scomparso assieme alle illusioni di chi, per fini soltanto suoi, vuole destabilizzare l’ordine pubblico facendo leva sulla violenza ignorante di duecento disadattati che sanno manifestare la loro esistenza soltanto brandendo un coltello o una spranga, come cavernicoli di ritorno. Il cittadino delega allo Stato l’uso della forza, e lo Stato la proibisce al cittadino assumendosi la responsabilità della sua protezione; ma è lecito chiedere, da cittadini, che quando è necessario (e l’altra sera a Roma lo era senz’altro) lo Stato di questa forza faccia uso.
Lo so, non sembra questo il modo migliore di rendere omaggio alla memoria di Gabriele Sandri. Eppure, dietro alla canna della pistola di un poliziotto che ha sparato, io continuo a vedere tante mani, che non indossano certo una divisa, e che evidentemente non si vuole colpire. Così, mentre –come tutti- chiedo verità e giustizia, desidero che questa giustizia colpisca fino in fondo: non solo chi ha colpevolmente usato un’arma che non doveva neanche essere estratta dal fodero, ma tutti coloro che hanno contribuito a fare sì che un ragazzo di ventotto anni morisse in modo incivile prima ancora che assurdo, una domenica mattina, sull’autostrada. E, da una parte come dall'altra, sia in chi indossa una divisa sia in chi brandeggia una spranga, sia in chi si nasconde dietro una cravatta, non basta partecipare a un funerale per lavarsi la coscienza.
 
By Slowhand, 15/XI/2007

Pubblicato su OCE e su Crossroads 

scritto da BBSlow
13:04 / p-link / tifo, gabriele sandri / commenti

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